Un piano per trasformare New York in una “green-tropolis”

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photo credit: nosha via photopin cc

Che significa Green-Tropolis? È un neologismo che ci siamo permessi di coniare appositamente per spiegare il concetto di città globalmente pulita. Ci è spontaneamente parso appropriato definire in un modo nuovo una realtà che, di fatto, ancora non esiste ma verso la quale alcune amministrazioni si stanno rivolgendo.

Un esempio viene da New York, megalopoli per forza di cose inquinata: attività umane in così alta concentrazione sul territorio non possono che portare a quello, almeno per come le si sono intese fin’ora.

Accade, allora, che osservando la California, ossia l’apripista di quella che viene paragonata ad una corsa verso l’economia del futuro, altri Stati intuiscano l’opportunità da cogliere.

Citando dall’articolo “New York’s Clean Tech Challenge To California” di Todd Woody apparso su Forbes le parole di Andrew Cuomo, Governatore dello Stato di New York: “L’economia di domani è quella delle tecnologie pulite. Tutti ne siamo consci: è come una maratona e qualsiasi stato o regione ci arrivi per primo avrà vinto. E noi vogliamo che quello stato sia New York.”

Parole che la dicono lunga sulla tangibilità della green economy, considerando che il contesto in cui erano inserite era il “State of the State Speech”, il discorso d’inizio anno in cui il governatore fa il punto della situazione.

Cuomo è partito all’attacco dell’emisfero pulito della tecnologia con un piano di investimenti notevole: il NY-Sun program prevede uno stanziamento annuo di 150 milioni di dollari per i prossimi 10 anni ed è articolato principalmente in tre branche.

L’installazione di fotovoltaico dalle industrie alle coperture civili, l’installazione di stazioni di ricarica per veicoli elettrici e lo snellimento della burocrazia e dei costi che si nascondono dietro alle operazioni legate al solare.

Il governatore è stato anche promotore della Green Bank che adesso, secondo questo piano, impegnerà un billione di dollari (pare una cifra da Paperon dé Paperoni) per attrarre investitori ed ulteriori capitali privati e coinvolgerli nell’operazione: la strada per ottenere il risultato passa dal superamento di tutti quei vuoti legislativi e sovrapposizioni scoordinate a livello politico che generano confusione ed incertezza nel settore. Con degli strumenti finanziari adeguati, Cuomo si prepone spianare la strada agli investimenti.

I primi passi saranno proprio la copertura di quanta più superficie possibile sulle coperture degli edifici con pannelli fotovoltaici: lo stato della California, tramite la sua Public Utilities Commission ha da poco reso noto che la potenza produttiva ricavabile allo stato attuale dalle installazioni fotovoltaiche realizzate è di 1.000 MegaWatt; installazioni nate sotto l’egida della California Solar Initiative e dei suoi 2,2 billioni di dollari di investimenti.

Alla fine del 2016 la produttività di MegaWatt solari complessiva da raggiungere è di 1.940, quasi il doppio: praticamente lo stesso risultato, al massimo della capacità, di due centrali nucleari di buone dimensioni. A ciò si sommino ulteriori 100 milioni di dollari destinati dalla California alla ramificazione della rete di ricarica per auto elettriche lungo le strade dello stato.

New York partirà con la metà di questa cifra, 50 milioni di dollari, per raggiungere quota 3.000 stazioni di ricarica elettrica sul proprio territorio nei prossimi 5 anni.

La politica del Governatore Cuomo viene giudicata positivamente proprio da un gruppo di sostenitori dell’energia pulita, un nucleo di avvocati di San Francisco, il Vote Solar, che la interpretano in termini di serio impegno nei confronti della cittadinanza. Due motivazioni alla base di tutto: il vivo ricordo dell’uragano Sandy e del suo impatto su infrastrutture e sistemi di trasporto, fra i quali EV ed ibridi si distinsero positivamente (nota sulla quale varrà la pena di spendere altre parole in un prossimo articolo) e la necessità impellente di cambiare davvero qualcosa a fronte degli avvertimenti che il clima ci sta ormai puntualmente inviando.

La prima cosa che, da profani dei meccanismi economico-politici che stanno dietro a queste operazioni, verrebbe da esclamare sarebbe: “Ad averne, così tanti soldi”.

E siamo sicuri che molti nostri amministratori locali avrebbero queste parole pronte a fiorire sulle loro labbra, se interpellati.

Eppure l’America di oggi, che rimane pur sempre l’America, chiaro, non è la stessa potenza economica prospera dei decenni addietro: il rischio default è stato eluso per un pelo, come si suole gergalmente dire. Quindi un certo dubbio che i margini per fare qualcosa si possano sempre trovare è difficile da sradicare; come la convinzione che una buona classe dirigente preoccupata del benessere e delle prospettive future del paese che amministra debba alzarsi ogni mattina con la mente rivolta solo la ricerca di quei margini; ma, in Italia, chi ha interesse a sciogliere certi empasse burocratici e a dare una svolta significativa verso una realtà più pulita per i cittadini che la vivrebbero e meno costosa per tutti in termini di disastrosi impatti ambientali?

 

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